Strategia del ragno
Un film di Bernardo Bertolucci
Dopo la morte del padre Athos Magnani, trucidato dai fascisti nel 1936, il figlio dell'eroe (si chiama anch'egli Athos) giunge per la prima volta a Tara, piccolo villaggio nei pressi di Parma, con l'intenzione di scoprire la verità sulla morte del padre. Athos prende contatto con Draifa, una ricca e anziana signora, che era amante dello scomparso. Dalla stravagante donna ottiene poche e confuse notizie. Niente di più riesce ad ottenere dai compaesani che si trincerano dietro evidenti ostilità e paura. Viene comunque a sapere che sono tuttora viventi i tre amici del padre e colui che l'opinione pubblica ritiene assassino o mandante, Agenore Beccaccia, ricco possidente, il quale nega ogni responsabilità. I tre amici, poi, parlano del fallimento dell'attentato contro il duce a causa di una spiata, della confessione, del tradimento e dell'assassinio voluto da colpevole per mano degli amici onde, con la morte, influire più decisamente sulla coscienza collettiva: Athos Magnani senior fu un traditore o un eroe? I cittadini di Tara sono dei vigliacchi o dei convinti socialisti? Athos jr. rinuncia a capire, e vuol ripartire. Ma da tempo non passa più alcun treno. Athos Magnani è veramente esistito?
Con Giulio Brogi Alida Valli Pippo Campanini Franco Giovannelli Tino Scotti Allen Midgette
Produzione: Italia , 1970 , 110min.
Liberamente ispirato al racconto di Jorge Luis Borges Tema del traditore e dell'eroe, La strategia del ragno (1970) vede un giovane Bernardo Bertolucci firmare una delle sue opere più enigmatiche, stratificate e seducenti. Tutto ha inizio quando il giovane Athos Magnani giunge nell'immaginaria cittadina padana di Tara, richiamato da Draifa, l'ex amante di suo padre — anch'egli di nome Athos Magnani — eroe antifascista assassinato trent'anni prima, nel 1936, durante una rappresentazione del Rigoletto di Verdi. Quella che prende avvio come un'indagine filiale per consegnare alla giustizia gli assassini si trasforma presto in una discesa in un labirinto della memoria, dove i confini tra passato e presente si sciolgono in una dimensione quasi fuori dal tempo.
Con la complicità della straordinaria fotografia di Vittorio Storaro, che avvolge la pianura emiliana e le architetture di Sabbioneta in luci crepuscolari e colori saturi, Bertolucci costruisce un'atmosfera sospesa, ipnotica e teatrale. Tara non è un semplice luogo geografico, ma un palcoscenico immobilizzato dal mito, popolato da anziani ex cospiratori che recitano un copione scritto decenni prima. Al centro della scena domina Giulio Brogi, chiamato al doppio ruolo del padre e del figlio: una scelta che rende visivamente palpabile il tema psicoanalitico del doppio e del complesso edipico, con il giovane Athos progressivamente fagocitato dall'ingombrante fantasma paterno, sotto lo sguardo magnetico e materno di una splendida Alida Valli nei panni di Draifa.
Quando la verità viene finalmente a galla — rivelando che il padre era in realtà un traditore e che la sua morte eroica è stata una gigantesca messinscena orchestrata da lui stesso e dai suoi compagni per consegnare alla storia un martire anziché un delatore — il film svela la sua natura più profonda e politica. Per Bertolucci la Storia e l'ideologia hanno bisogno della finzione e del melodramma per sopravvivere: la leggenda dell'eroe conta più della realtà dei fatti. Nel celebre finale, con i binari della stazione ormai invasi dalle erbacce per l'assenza di treni, il figlio comprende di essere rimasto intrappolato nella ragnatela del mito paterno e collettivo, condannato a custodire per sempre una menzogna necessaria.