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The Smashing Machine

Un film di Benny Safdie

The Smashing Machine, il film diretto da Benny Safdie, racconta la vita e la carriera di Mark Kerr (Dwayne Johnson), leggendario campione di wrestling, MMA e Vale Tudo.
Alla fine degli anni Novanta, quando l’UFC (Ultimate Fighting Championship), organizzazione di arti marziali miste statunitense, era ancora un’arena selvaggia e spietata, Kerr domina il ring con una potenza fuori dal comune. Ma dietro la corazza dell’atleta invincibile si nasconde un uomo fragile, tormentato da paure profonde, dipendenze e dal bisogno disperato di dimostrare il proprio valore. Accanto a lui c’è Dawn Staples (Emily Blunt), la donna che ama ma che fatica a comprendere, trascinata in un vortice di tensioni, sacrifici e autodistruzione.
Mentre la fama cresce, Mark vede sgretolarsi tutto ciò che ha costruito. Il suo corpo cede, la mente vacilla e l’amore si consuma sotto il peso del dolore e delle aspettative. Guidato dal mentore Mark Coleman (Ryan Bader), e poi dal carismatico Bas (Bas Rutten), Kerr tenta più volte di risollevarsi, cercando nella disciplina una via di fuga dai propri demoni. Ma ogni vittoria sul ring è seguita da nuove cadute, fino alla sconfitta che segnerà la fine della sua leggenda e l’inizio di una lenta riscoperta di se stesso.
Un racconto potente e viscerale che esplora l’altra faccia del successo, quella dove la forza fisica cede il passo alla fragilità umana, e la battaglia più dura non si combatte sul ring ma dentro di sé.

Con Dwayne Johnson Emily Blunt Oleksandr Usyk Lyndsey Gavin Ryan Bader Zoe Kosovic Andre Tricoteux

Produzione: USA , 2025 , 123min.

THE SMASHING MACHINE | Trailer italiano ufficiale HD

La Fragilità del Gigante: Un'Analisi di "The Smashing Machine"

L’esordio in solitaria di Benny Safdie, orfano – artisticamente parlando – del fratello Josh, segna una deviazione affascinante rispetto al ritmo ansiogeno e frenetico che aveva definito opere come Good Time e Diamanti Grezzi. Con The Smashing Machine, Safdie confeziona un biopic che è al contempo un omaggio sentito e uno studio antropologico, focalizzandosi su tre anni cruciali nella vita di Mark Kerr, pioniere delle arti marziali miste a cavallo del millennio. Il film, tuttavia, rifugge la grandiosità epica tipica del genere sportivo per abbracciare una struttura atipica, caratterizzata da una morbidezza inaspettata e da uno sguardo profondamente empatico verso la materia trattata.

Al centro di questa operazione vi è la performance trasformativa di Dwayne Johnson, che presta il volto e la mole a Kerr in un ruolo che trascende la semplice mimesi fisica. La pellicola si configura come un character study animato da una curiosità insaziabile: la macchina da presa indaga il contrasto misterioso di un uomo che è, al contempo, un ordigno instabile pronto a esplodere e un individuo dai modi gentili, quasi timidi. Safdie costruisce un parallelismo costante tra la minacciosità implicita del corpo dell'atleta e la sua razionalità pacata, disinnescando la tossicità testosteronica delle interviste pre-match con una consapevolezza di sé disarmante. È la storia di una mascolinità alla disperata ricerca di una sintesi, scissa tra l’ebbrezza del dominio fisico sull'avversario e l'uso di un linguaggio quasi terapeutico come rifugio emotivo.

La narrazione si snoda attraverso le tappe dolorose della carriera di Kerr, dai tornei brutali in Brasile e Giappone fino all'approdo nell'UFC, guidato dall'amico e rivale Mark Coleman. Quest'ultimo, interpretato dal vero lottatore Ryan Bader, diviene simbolo dell'approccio umanista del film, offrendo una rivisitazione originale di un archetipo sportivo e sottolineando l'importanza della solidarietà virile oltre la competizione. Il dramma personale si consuma però lontano dal ring, nella spirale della dipendenza dagli oppiacei e nella relazione complessa con la compagna Dawn, un amore sincero ma costantemente minacciato da temperamenti focosi e dalla necessità di Mark di isolarsi per sopravvivere al proprio mestiere.

Stilisticamente, Safdie opta per una regia misurata che non cerca l'immersione viscerale nella violenza, preferendo un approccio descrittivo e concettuale. L'interesse dell'autore non risiede nell'animalità dello scontro, ma nella mediazione dell'istinto e nel rispetto della professionalità, trasformando anche gli spazi domestici in teatri di dibattito intellettuale piuttosto che di scontro primordiale. Il regista sfida lo spettatore a trovare l'eccezionalità in un personaggio che, paradossalmente, lotta disperatamente per conformarsi alla normalità. In questo senso, The Smashing Machine si rivela un'opera che, pur mantenendo quel gusto per il grottesco e l'intersezione tra reale e narrativo tipico dei Safdie, utilizza un involucro apparentemente convenzionale per condurre un'analisi sofisticata sulla natura umana, chiudendosi con un epilogo sornione che ci ricorda l'importanza della giusta distanza nell'osservazione del dolore altrui.