Se Domani Non Torno
Un film di Paola Randi
Basato sulla tragica vicenda di Giulia Cecchettin (Sabrina Martina), il film racconta la storia di una famiglia come tante, nel Nord-Est d'Italia, la cui quotidianità viene improvvisamente sconvolta.
Giulia ha ventidue anni, è prossima alla laurea, ama disegnare e coltiva sogni semplici ma profondi. L'11 novembre 2023 accetta di incontrare l'ex fidanzato, convinta di poter chiudere definitivamente la loro relazione. Da quell'incontro non farà più ritorno: viene uccisa da un uomo incapace di accettarne la scelta di porre fine al rapporto. Per il padre Gino (Filippo Timi) e i suoi figli, Elena (Tecla Bossi) e Davide (Tommaso Allione), inizia un incubo fatto di dolore e di un'assenza impossibile da colmare.
Ma, anziché chiudersi nella sofferenza, la famiglia trova la forza di trasformare una tragedia privata in un impegno pubblico, dando voce a un messaggio di consapevolezza e cambiamento. Attraverso il ricordo di Giulia e della sua vita spezzata, il film riflette sul dramma del femminicidio e sulle radici culturali della violenza di genere, invitando a costruire relazioni fondate sul rispetto, sull'empatia e sulla libertà di amare senza paura.
Un racconto intenso che rende omaggio a Giulia e a tutte le donne alle quali è stato negato il diritto di vivere il proprio futuro.
Con Filippo Timi Sabrina Martina Tecla Bossi Tommaso Allione Linda Caridi Elisabetta De Palo
Produzione: Italia , 2026 , 107min.
Con Se domani non torno, scritto insieme a Lisa Nur Sultan a partire dal libro Cara Giulia, Paola Randi si confronta con uno dei femminicidi più strazianti della nostra storia recente compiendo una scelta di prospettiva radicale: spostare il fuoco da Giulia Cecchettin, evocata solo in luminosi frammenti di memoria, al punto di vista di suo padre Gino e della sua famiglia. Strutturato come una tragedia in tre atti di differente respiro, il film trova il suo vertice espressivo nella prima e più ampia parte, che ricostruisce l'angoscia della scomparsa della ventiduenne — intrappolata dai sensi di colpa in una relazione tossica con un ex fidanzato controllante e vittimista — attraverso la quotidianità spezzata dell'uomo. La regia di Randi si muove qui con pudore, rigore e grande intuito visivo, trasformando il paesaggio veneto in uno specchio interiore: gli specchi d'acqua opachi che tagliano i campi si fanno ferite aperte e la nebbia padana arriva a invadere il pavimento del salotto domestico, potente metafora di quella cecità involontaria di cui il padre si sente colpevole, fino a culminare nel dirompente appello politico della figlia Elena ai media e nel suo invito a "bruciare tutto".
A sorreggere questa immersione nel dolore è la prova maiuscola e viscerale di Filippo Timi, capace di incarnare nel proprio corpo maschile tanto la tenerezza dell'accudimento quanto lo schianto della disperazione. Proprio la forza fisica ed empatica di Timi rende però più evidente il limite della seconda parte dell'opera, dedicata alla presa di coscienza di Gino rispetto al proprio ruolo passivo nella cultura patriarcale. Pur muovendo da un'intuizione lucidissima, la messa in scena perde qui mordente narrativo: affidando a una voce fuori campo una serie di dati e nozioni sui danni del patriarcato anziché lasciarli emergere dal travaglio concreto del protagonista, il racconto scivola dalla tragedia intima alla lezione di educazione civica. Questo approccio didascalico, che condiziona anche il terzo atto aperto alla reazione collettiva, finisce per indebolire il potere di immedesimazione costruito all'inizio; uscendo dalla dimensione vissuta per farsi discorso declamato, il film offre infatti al pubblico maschile più retrivo — proprio quello che avrebbe più bisogno di lasciarsi scalfire dall'umanità della storia — l'alibi per chiudersi e liquidare una riflessione fondamentale come un semplice sermone.