Le Città di Pianura
Un film di Francesco Sossai
Le Città di Pianura, il film diretto da Francesco Sossai, si svolge in Veneto e segue la storia di Carlobianchi e Doriano (Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla), due amici che hanno passato i cinquanta ma che si sentono ancora ragazzini, ostinatamente aggrappati a un’eterna adolescenza.
La loro vita è fatta di bevute e di notti interminabili in cui fanno immancabilmente le ore piccole, inseguendo sogni sfocati. Senza un soldo e senza una meta precisa, hanno un solo rituale sacro: l’ultimo giro da un bar all’altro, come se nel fondo di un bicchiere potessero ancora trovare un senso. Durante una di queste serate storte, incrociano per caso Giulio (Filippo Scotti), un giovane studente di architettura dall’animo gentile e lo sguardo sognatore.
Quello che doveva essere solo un incontro bizzarro si trasforma in un viaggio surreale attraverso la piatta vastità della pianura veneta, tra rotonde deserte, luci al neon e silenzi interrotti dal rombo del motore. A bordo di un’auto sgangherata e con due compagni improbabili al fianco, Giulio si ritrova a scoprire un altro modo di guardare al mondo, all’amore e al suo futuro. Un road movie malinconico e ironico, che si muove al ritmo lento di una sbornia che passa, lasciando il retrogusto dolceamaro della verità.
Con Filippo Scotti Sergio Romano Pierpaolo Capovilla Roberto Citran Andrea Pennacchi
Produzione: Italia , 2025 , 98min.
Con Le città di pianura, Francesco Sossai firma un road movie "sbullonato" e profondamente malinconico, che trasforma il Veneto rurale in una terra di frontiera sospesa tra il mito e il declino. Non è la regione dei capannoni e del profitto quella che vediamo, ma un paesaggio che pare uscito da un film indie americano degli anni Settanta, dove Doriano e Carlobianchi – due antieroi che vivono "al di là della sete" – vagabondano alla ricerca di un amico leggendario e di un tesoro fatto di occhiali da sole e prescrizioni legali. L'unicità del film sta proprio in questo contrasto: una ballata country-folk cantata in dialetto, dove la polenta e le ombre di vino diventano i sacramenti di una resistenza passiva contro un mondo che corre troppo veloce.
La forza della pellicola risiede nella sua energia laconica. Sossai rifiuta la frenesia contemporanea per seguire il passo irregolare dei suoi protagonisti, che rifiutano Google Maps preferendo foglietti di carta stropicciati. In questo viaggio picaresco si inserisce Giulio, un giovane studente di architettura che, specchiandosi in questi "personaggi mitologici" di cinquant'anni, scopre una verità che l'università non può insegnare: il valore del vivere alla giornata. Le interpretazioni di Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla sono monumentali; le loro facce "non da cinema" reggono primissimi piani intensi, restituendo la dignità di una terra che sta per essere sventrata da autostrade transnazionali, ma che nell'amicizia e nel ricordo degli anni Novanta trova ancora un motivo per brindare.
Visivamente, il film si muove in un "non-luogo" che a tratti ricorda il Giappone, a tratti il Far West, ma che resta visceralmente italiano. La colonna sonora dei Krano accompagna questo errare come una canzone di Woody Guthrie, cullando lo spettatore in un’atmosfera che, partendo dal grottesco, arriva a una commozione autentica. È un film che profuma di terra, quella parola che nessuno usa più, e che rivendica il diritto di essere scombinati, fuori tempo e, soprattutto, liberi di dimenticare il segreto del mondo ogni volta che si diventa sobri