C'era una volta mia madre
Un film di Ken Scott
C'era una volta mia madre, il film diretto da Ken Scott, è ambientato a Parigi nel 1963 e racconta la straordinaria determinazione di una madre, Esther, che si batte contro ogni difficoltà per realizzare il destino che ha immaginato per suo figlio Roland.
Ebrea sefardita dal carattere forte e coraggioso, dà alla luce il suo sesto figlio, Roland, che nasce con una deformazione al piede che gli impedisce di alzarsi in piedi. I medici sono pessimisti e la diagnosi è chiara: Roland non camminerà mai come gli altri. Ma Esther, contro il parere di tutti, promette al figlio che supererà la sua condizione e avrà una vita meravigliosa, proprio come gli altri bambini.
Con una fede incrollabile e una forza fuori dal comune, Esther dedica la sua vita a mantenere questa promessa. Anno dopo anno, affronta sacrifici e battaglie, convinta che l'amore materno e la perseveranza possano cambiare il corso del destino. La sua determinazione non solo aiuta Roland a superare le difficoltà fisiche, ma lo guida anche nella realizzazione dei suoi sogni, tra cui una passione per la musica e una devozione per la cantante Sylvie Vartan, che diventa un simbolo di speranza per lui.
Con Leïla Bekhti Jonathan Cohen Josephine Japy Sylvie Vartan Jeanne Balibar Lionel Dray Anne Le Ny
Produzione: Francia , 2025 , 102min.
In questa trasposizione dell'autobiografia di Roland Perez, il regista Ken Scott ci conduce nella Parigi degli anni '60 per raccontare il legame simbiotico e quasi assoluto tra Esther, una madre ebrea marocchina indomita, e suo figlio Roland, nato con una malformazione al piede. Il film si sviluppa come un classico romanzo familiare dove la determinazione di Esther sfida la medicina ufficiale e le convenzioni sociali pur di vedere il figlio camminare, trasformando la disabilità non in una questione di diritti, ma in una battaglia identitaria e personale. La narrazione sposa inizialmente i toni della commedia vivace, trascinata dall'energia di Leïla Bekhti e da una colonna sonora d'epoca che immerge lo spettatore in un'atmosfera volutamente artificiosa, quasi a riflettere il diniego della madre verso la condizione del figlio.
Roland emerge come un'emanazione della volontà materna, un individuo plasmato da un amore così totale da risultare soffocante anche nell'età adulta, quando il protagonista è interpretato da Jonathan Cohen. Il film evidenzia efficacemente come la figura di Sylvie Vartan, icona pop che interpreta se stessa, diventi lo spartiacque fondamentale per l'indipendenza di Roland: la passione per la cantante rappresenta infatti la sua prima conquista autonoma, il punto di rottura necessario per separare la propria identità da quella creata dalla madre. Nonostante la scelta di una struttura narrativa rassicurante e un po' individualista, l'opera riesce a tratteggiare un'elegia toccante sull'inflessibilità quasi patologica dell'amore materno, mostrandoci un uomo che, pur raggiungendo il successo come avvocato e artista, resta indissolubilmente legato al fantasma di una donna che ha fatto di lui la sua missione di vita.