Happy Holidays
Un film di Manar Shehab
Happy Holidays, il film diretto da Scandar Copti, si svolge a Gerusalemme e racconta le conseguenze innescate da un piccolo incidente in apparenza irrilevante. Quattro personaggi connessi tra di loro raccontano la realtà in cui vivono, da cui emergono i rapporti tra culture, generazioni e generi diversi, in un contesto segnato da regole non scritte e profonde contraddizioni socio-culturali: Rami è un palestinese di Haifa, che si ritrova a fare i conti con il repentino cambio di idee della sua ragazza ebrea su un aborto programmato, mettendo in crisi una relazione già fragile. Hanan è la madre di Rami, che deve affrontare una crisi finanziaria sempre più pressante e al tempo stesso viene invischiata in una serie di complicazioni, quando chiede il risarcimento per l'incidente della figlia Fifi, coinvolta in una vicenda opaca. Miri, invece, è alle prese con la depressione della figlia adolescente e nel mentre cerca di convincere sua sorella a interrompere la gravidanza, che la lega in modo imprevisto a Rami. Fifi è dilaniata dal senso di colpa per aver nascosto un segreto, che metterebbe in cattiva luce la sua famiglia e la relazione nascente col dottor Walid, minando la fiducia tra due mondi già divisi.
Queste quattro storie incrociano così una serie di eventi in cui bugie e mezze verità dividono e mettono in luce i diversi aspetti di una società profondamente patriarcale, dove il peso delle aspettative collettive condiziona ogni scelta individuale.
Con Manar Shehab Wafa Aoun Toufic Danial Imad Hourani Merav Mamorsky Raed Burbara Anuar Jour
Produzione: Palestina , 2024 , 124min.
Reflection in a Dead Diamond non è un semplice film, ma un’esperienza sensoriale che somiglia a un sogno febbricitante di un cinefilo. Immaginate di trovarvi sulla Costa Azzurra insieme a John, un anziano agente segreto che sembra uscito da una pellicola di cinquant’anni fa. Quando una misteriosa donna svanisce nel nulla, John non inizia solo un'indagine, ma un vero e proprio viaggio allucinante tra i suoi ricordi. Il problema è che questi ricordi – fatti di inseguimenti, torture e furti di gioielli – sembrano più scene di vecchi film d'avventura che vita vissuta.
I registi, Hélène Cattet e Bruno Forzani, portano qui al limite la loro ossessione per il cinema italiano di genere (il giallo, lo spionaggio, i fumetti alla Diabolik). Non cercano di raccontare una storia in modo tradizionale; preferiscono aggredire lo spettatore con colori ipersaturi, suoni distorti e un montaggio che mescola riprese dal vivo e animazione. La scelta di Fabio Testi come protagonista è il tocco finale: un’icona del cinema di un tempo che, con il suo volto segnato, diventa il simbolo vivente di un mondo che sta scomparendo.
In definitiva, il film ci pone una domanda affascinante e inquietante: siamo ancora capaci di distinguere la realtà dalla finzione? Forse la nostra memoria è stata così "infettata" dalle immagini dei film da non appartenerci più. È un’opera estrema e ipertrofica, che può risultare estenuante per la sua intensità visiva, ma che regala un omaggio unico – e quasi nostalgico – a un modo di fare cinema che oggi non esiste più, se non come splendido riflesso in un diamante morto.