The End
Un film di Joshua Oppenheimer
The End, film diretto da Joshua Oppenheimer, è ambientato in un futuro prossimo post-apocalittico e vede protagonista una famiglia benestante, che vive in una miniera di sale, trasformata in una lussuosa casa. La terra intorno alla loro tenuta è andata completamente distrutta, motivo per cui la famiglia si è radunata in un bunker dalle pareti saline. Dopo decenni trascorsi in solitaria, la famiglia si ritrova davanti un'estranea: una ragazza che è apparsa all'ingresso del loro bunker.
Il figlio, che non ha mai visto il mondo esterno al di là delle mura della casa, è quello più scioccato dalla presenza della sconosciuta, che ben presto minaccerà l'equilibrio della famiglia.
Nel cast troviamo Tilda Swinton e Michael Shannon.
Con Tilda Swinton Michael Shannon Tim McInnerny George MacKay Bronagh Gallagher
Produzione: Danimarca , 2024 , 148min.
Immagina Joshua Oppenheimer, l’uomo che ci ha mostrato l’orrore nudo e crudo dei genocidi indonesiani, che decide di esordire nel cinema di finzione con... un musical in stile Broadway. Sembra un paradosso, eppure The End è esattamente questo: una fiaba nera e claustrofobica che trasforma l’estinzione in un salotto borghese. Ambientato anni dopo una catastrofe climatica, il film ci chiude in un bunker di lusso dove una famiglia di ex capitani d'industria vive un’esistenza sospesa, fatta di cene eleganti e rituali immutabili. Tilda Swinton e Michael Shannon interpretano i custodi di questo privilegio, genitori che hanno letteralmente cementato il passato per non doverne rispondere, mentre il figlio, interpretato da George MacKay, cresce come un esperimento sociale in vitro, senza aver mai visto il sole o conosciuto la morte, se non attraverso i racconti filtrati dei genitori.
L'equilibrio di questo ecosistema artificiale viene scosso dall'arrivo di una "Ragazza" (Moses Ingram), una sopravvissuta che riesce a penetrare nel rifugio. La sua presenza non è solo un elemento di disturbo fisico, ma un reagente chimico che innesca nel Figlio domande scomode sulla responsabilità e sul senso di un mondo costruito sulle macerie degli altri. La particolarità dell'opera sta proprio nel suo linguaggio: le canzoni non sono cantate nel senso tradizionale del termine, ma recitate sopra la musica, creando un effetto straniante che amplifica la sensazione di assistere a una recita perenne. La Madre di Swinton, con la sua ossessione per la pulizia e l’ordine («Ogni macchia che ignoriamo è il segno della nostra resa»), incarna perfettamente questa volontà di negazione, dove la forma deve necessariamente soffocare la sostanza per evitare che il senso di colpa prenda il sopravvento.
Nonostante la durata imponente di oltre due ore, Oppenheimer sceglie coraggiosamente di non far mai esplodere il dramma. Tutto rimane in una "medietà" di toni, un ritmo laconico che ricorda le atmosfere di Wes Anderson ma svuotate di ogni giocosità, virando piuttosto verso il rigore estetico di un Lars von Trier. È una scelta che può risultare estenuante per lo spettatore in cerca di azione, ma è funzionale al messaggio: la vita nel bunker è una condanna a ripetere sé stessi all'infinito, una marcia funebre mascherata da operetta.
In sintesi, The End non cerca di essere un film d'intrattenimento, ma uno specchio deformante. Attraverso l'estetica del bunker e la rigidità delle sue dinamiche familiari, Oppenheimer ci parla dell'ossessione contemporanea per la sicurezza e della nostra capacità di rimuovere i traumi collettivi pur di preservare i nostri piccoli spazi di benessere.