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Hill of vision

Un film di Roberto Faenza

Hill of Vision, film diretto da Roberto Faenza, è ambientato in Italia durante gli anni della Seconda guerra mondiale e racconta la storia di Mario (Lorenzo Ciamei), un bambino di quattro anni divenuto vagabondo, dopo che sua madre è stata arrestata e deportata dai fascisti in un campo di sterminio. La sua infanzia il piccolo Mario la trascorre per strada, cercando di sopravvivere. Con la fine della guerra, il bambino ritrova sua madre, ancora viva, e insieme decidono di ricominciare una nuova vita lontano, in America. Qui i due si trasferiscono nella comunità quacchera, nota come Hill of Vision, ma Mario non riesce subito ad ambientarsi. Importante per lui sarà lo zio fisico e la nascente passione per la scienza, che gli permetteranno di ritrovare quella quiete e quella normalità, che la guerra gli aveva portato via.

Con Laura Haddock Edward Holcroft Lorenzo Ciamei Jake Donald-Crookes Elisa Lasowski

Produzione: Italia , 2022 , 101min.

Hill of Vision I Trailer ufficiale

In un susseguirsi di vicende che avrebbero dell'incredibile se non fossero invece tutte vere e documentate si comprende come la parola speranza non sia un contenitore vuoto utilizzato solo dai cosiddetti buonisti ma possa invece trovare una sua concretezza almeno nella vite dei singoli.

Roberto Faenza ha un'ampia e interessante filmografia in cui, a guardare bene, i film migliori (con l'eccezione dello straordinario per intensità ed interpretazione Sostiene Pereira) sono quelli che hanno al centro vicende che vedono coinvolti bambini o adolescenti. Partendo da quel piccolo capolavoro di empatia sensibile tradotta in immagini che è Jona che visse nella balena si arriva a Un giorno questo dolore ti sarà utile passando da Alla luce del sole che è sì un film su vita e morte di don Pino Puglisi il quale però ha sacrificato la sua esistenza per sottrarre ragazzi alla 'protezione' della mafia palermitana. 

Faenza torna ora sul tema delle modalità ed asperità del crescere trovando in Mario Capecchi, come accadde per Jona Oberski fisico ebreo olandese sopravvissuto alla deportazione, un protagonista a cui dover, come avvenne per quel film, "restituire qualcosa" di una infanzia e adolescenza vissute nella precarietà economica e morale più assolute.

La sceneggiatura (scritta con David Gleeson) non si sottrae alle svolte che (se in sala al Bif&st alla prima mondiale non fosse stato presente il commosso protagonista reale) uno spettatore che ha fatto dell'incredulità il suo fallace credo troverebbe impossibili e forzate. Perché a Faenza interessa mostrare e dimostrare come il rapporto con la figura materna resti fondamentale nonostante le sparizioni e le improvvise ricomparse, malgrado (o forse grazie a) la sofferenza della perdita e dell'abbandono che fa di ogni ritorno un'ondata di luce nell'intimo. Accanto, o anche oltre, a ciò ci viene presentata un'anima divisa in due costretta dai fatti a prendere dolorosa coscienza di questa condizione. Nell'Italia fascista Mario è 'il figlio dell'americana'. Nei democratici (ma non troppo) Stati Uniti è l'italiano' immigrato da dileggiare ed emarginare.